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Puccio Savioli

Vent'anni in volo

1989/2010

di Giovanni Campus

 

La grande sala del Palazzo della Frumentaria di Sassari è apparsa finalmente diversa per chi abbia avuto la fortuna di visitarla dal 22 di settembre fino a ieri, ultimo giorno di apertura della grande mostra retrospettiva “20anni in volo”, dedicata al ventennale della Compagnia Theatre en Vol.

Luci, suoni, immagini in diretta da un mondo in cui la visione dell’ordinario è sospesa. Suggestioni create ad arte, complice un meticoloso allestimento, che hanno trasportato lo spazio espositivo in quella “terra di mezzo” fra terra e cielo, fra realtà e sogno, fra concretezza e utopia in cui vive e opera questa compagnia, che ha saputo affermarsi come una delle realtà italiane più significative del teatro open-air.

Un’installazione, più che una mostra, fra arti visive e teatro, che mira soprattutto a riprodurre le atmosfere degli spettacoli più noti, oltre a mostrarne oggetti di scena, costumi, immagini e video, e che tira le somme di questo percorso attraverso titoli che già incantano: dal primo “Lassù le ali non hanno ruggine” a “Macchin…azione e altre diavolerie”, fino ai più recenti “Phoenix” e “B.A.U. - Brigata di Armonizzazione Urbana”, passando per “Orme intorno alla costruzione di una torre” e “Gernika”.

Il ruolo di protagonista è occupato dalle grandi macchine sceniche animate - vere sculture per il teatro - realizzate da Puccio Savioli, artista poliedrico (attore, regista, scultore e scenografo) la cui poetica e il cui immaginario sono alla base dell’estetica della Compagnia. Anche il nome di queste macchine è tutto un programma: dal “Ferricottero”, elegante e futuribile pterodattilo meccanico, alla “Suonatrombe”, assemblaggio semovente di congegni sonori, al “Creatore delle nuvole”, sino all’ultima creazione: “l’Armonizzatricìclo”, macchina nata per essere assemblata in scena e suonata come uno strumento da un gruppo di quattro percussionisti.

Dadaiste e irriverenti, le creazioni di Puccio Savioli nascondono dietro un’apparente ingenuità, (l’artista ha infatti ben chiari i suoi nobili antecedenti, da Jean Tinguely a Mirò e Picasso, quest’ultimo citato direttamente nelle grandi macchine utilizzate in “Gernika”) deridono ogni funzionalismo e ogni “oggettività”, donando piuttosto soggettività all’oggetto, e una certa dose di anarchia basata sulla libera associazione delle forme.

Puccio Savioli lavora infatti quasi soltanto con materiali di recupero, e ogni rottame, ogni scoria, mostra di avere una storia, che è iniziata all’epoca della sua concezione come oggetto funzionale e continuata in una sua vita attiva e vecchiaia, fino al punto in cui lui l’ha incontrata. Da lì, attraverso le sue mani, ne è iniziata un’altra, appena memore della prima, che è una lotta di liberazione dell’oggetto dalla sua funzione di merce, e poi ancora dal suo stesso nome, per ri-inserirsi in una illogica-combinatoria in cui il diverso ha in ciò stesso la sua bellezza, se non la sua funzione, dato che è il concetto stesso di funzione ad essere in dubbio.

Fuori dallo spazio scenico queste opere assumono un senso forse più pieno. Il fatto che potessero esistere autonomamente, nel loro valore plastico, del resto, è fuori discussione sin dalla loro prima apparizione, quando le macchine volanti di “Lassù le ali non hanno ruggine” furono esposte al Grand Palais di Parigi, nel 1989.

Quel primo spettacolo segnò anche il primo incontro di Puccio Savioli, con quella che divenne l’altra anima del Theatre en Vol: Michèle Kramers, attrice e regista olandese nata a Giakarta ma con buona parte della vita spesa in giro per il mondo, fra Hong Kong, Italia, Polonia, Svizzera ed Olanda. Da allora, i due hanno condiviso in questi vent’anni un percorso umano e artistico che li ha portati a presentare i propri spettacoli e a portare il proprio lavoro in tutta Europa e oltre, fino al Nord Africa e al Circolo Polare Artico.

La storia di quel primo spettacolo, sempre rinarrata perché sempre attuale, è un po’ la stessa della compagnia: quella di un inventore-sognatore che tramite le sue creazioni cerca di liberarsi dai vincoli della terra, e della sua collaboratrice, attenta invece alle cose della terra ma per nulla disincantata ed anzi a “tentare il volo” con lui, come è sempre pronto a spiccare il volo, in nome della bellezza, chi sa ancora sognare.

 

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